“Giorgio Rosa, il ‘68 e l’isola che non c’è”

21 02 2010

Pescato direttamente in rete qesto curioso articolo scritto da Romano Guatta Caldini x il sito web mirorenzaglia.org ke parla dell’Ing. Giorgio Rosa, padre storico dell’Isola delle Rose, e della situazione storica in cui avvente la nascita e proclamazione di indipendenza della repubblica esperentista dell’Insulo de la Rozoj. Ve lo propongo in qanto riposrta alcune informazioni ke nn avevo mai sentito prima:

“Un po’ D’Annunzio, un po’ Jack Sparrow, Giorgio Rosa [nella foto] può essere tranquillamente annoverato fra le figure più carismatiche del ‘68. A differenza però dei vari Negri e Sofri, Rosa non è un ideologo; è un pragmatico ingegnere bolognese. Non è neppure un seguace di Marx, in giovinezza ha perfino militato nella Repubblica Sociale Italiana. Lui il ‘68 non lo ha passato nelle stanze fumose di un collettivo ma in mare. Eppure Rosa, per certi versi, ha incarnato le utopie e i sogni d’indipendenza dell’annus mirabilis, meglio di chiunque altro.

«Nell’immediato dopoguerra, con una laurea in ingegneria industriale meccanica mi buttai a capofitto nella progettazione di cantieri. La mia passione rimaneva però il mare e fu così che nel 1957 cominciai a pensare a un’opera che potesse resistere all’impeto delle onde. Solo nel 1964 avviai le prove: si trattava di costruire a terra la struttura e poi portarla in galleggiamento in mare aperto dove il fondale fosse accessibile. Il progetto è riconosciuto come brevetto 850.987 dal titolo Sistema di costruzione di isole in acciaio e cemento armato per scopi industriali e civili» ha raccontato Giorgio Rosa.

La scintilla scatta durante una villeggiatura a Rimini: «Ad essere sinceri, il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la buro­crazia era soffocante. Così mi venne un’idea (…) ».   E l’idea era semplice, costruire una piattaforma, in acque internazionali, al largo di Rimini. Una struttura di tubi in acciaio, ancorati al fondale, sulla quale poggiare 400 metri quadrati di superficie sulla quale si sarebbero innalzate delle strutture abitative. Probabilmente, all’inizio dei lavori, neanche Rosa era cosciente di ciò che sarebbe poi diventata la sua piattaforma.

Dirà infatti: «Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passavano vicine(…)» Ma l’esistenza dell’Isola delle Rose, perché così venne battezzata la piattaforma, sarà veramente breve. Già  durante la costruzione della struttura arrivarono le prime noie. La capitaneria di porto, inquietata dall’insolito  traffico e da quella strana costruzione in mezzo al mare, ordinò di sospendere i lavori, sostenendo che lo spazio marittimo occupato da Rosa fosse in concessione all’Eni. «Ci avrebbero fermato. Al­lora si studiò la possibilità di rendersi in­dipendenti.(…)» dirà più tardi il suo inventore. Così, dopo essere riusciti a terminare la costruzione, il primo maggio ‘68, con un atto unilaterale, venne dichiarata l’indipendenza dell’Isola. Era nata la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose. Già, perché come ogni stato che si rispetti, anche   l’Insulo de la Rozoj aveva la sua lingua ufficiale: l’esperanto, un po’ per rimarcare la propria indipendenza, un po’ per una questione di marketing.

Fatto sta che il 24 giugno 1968, attraverso una conferenza stampa , Rosa ufficializza la costituzione della Repubblica.  Verranno date alle stampe due serie di francobolli, recanti il simbolo dell’Isola; tre rose rosse in campo bianco. Come inno  ufficiale  venne adottato il wagneriano “Steuermann! Laß die Wacht!” de L’Olandese volante. L’Isola aveva anche le sue cariche pubbliche e una toponomastica completa:. «Ogni lato della piattaforma aveva il nome di una via, il numero progressivo indicava il relativo vano (…)» Vi era anche la volontà di battere moneta ma il tempo e le circostanze non lo permisero. Come c’era da aspettarsi, i maggiori attacchi arrivarono dagli ambienti politici italiani. Nessuno escluso. Fra i  primi a inalberarsi i missini che, infervorati dal pericolo comunista, accusarono Rosa di aver costruito la struttura per farvi attraccare sommergibili sovietici. Seguirono i comunisti convinti che l’esperimento dell’ingegnere altro non fosse che una trovata del leader albanese Henver Hoxa per destabilizzare gli assetti marittimi,  dopo aver dato il ben servito alla combriccola del patto di Varsavia. Ultimi, ma non per idiozia, i democristiani, che si scagliarono contro Rosa, perché preoccupati, che la neo-nata Repubblica potesse trasformarsi  in un’isola del proibito.

Dopo esattamente 55 giorni dalla dichiarazione d’indipendenza, decine di motovedette della guardia di finanza e dei carabinieri circondarono la piattaforma impedendone l’accesso a chiunque, Rosa compreso. Quest’ultimo inviò anche un appello all’allora presidente Saragat, perché l’isola fosse restituita ai legittimi  proprietari. Non avendo, Rosa, alcuna protezione politica alle spalle, l’appello  cadde nel vuoto. «Non avevamo risorse, eravamo so­li. Quando il Consiglio di Stato diede pa­rere favorevole alla demolizione, non fe­ci ricorso. Meglio lasciar perdere.(…)» dirà l’Ingegnere. Nel febbra­io ‘69, infatti,  gli artificieri della marina milita­re minarono i piloni con 1.080 chili di di­namite. Nonostante due serie di esplosioni ci vorrà una burrasca per inabissare definitivamente l’isola.

Quello che rimane, oggi, è il sorriso amaro dell’Ingegner Rosa quando ricorda le vicende che lo hanno visto protagonista. Ottantaquattrenne in pensione, del suo nome e della sua isola sono tornate a occuparsene le cronache nel luglio scorso, quando dei sommozzatori del riminese hanno trovato i resti di quella che fu la Repubblica dell’Isola delle Rose. Ma non sono solo le vestigia ad essere rimaste. In una recente intervista rilasciata a Marco Imarisio, per il Corriere della Sera,  proprio Giorgio Rosa ha fatto presente che la sua isola esiste ancora, non solo in fondo al mare, ma nella rete. Basta infatti andare su google maps, digitare Insulo de la Rozoj, e si vedrà apparire la bandierina rossa, proprio là dove una volta sorgeva l’Isola.

Nel ‘69, in ricordo dell’impresa, vennero dati alle stampe 1.500 francobolli raffiguranti l’isola al momento della distruzione da parte degli artificieri: insieme alla piattaforma che esplode è raffigurato un battello con la bandiera rossa e il testo “Hostium rabies diruit opus non ideam” – La violenza dei nemici ha distrutto l’opera, non l’idea.”

In effetti i problemi creati cn la creazione della piattaforma furono diversi. Ho scritto sul blog gemello dell’Isola di Eden (progetto moderno di una nuova micronazione sulle orme dell’Isola delle Rose il cui sito web è http://www.isoladieden.com/) alcune considerazioni al riguardo x ki volesse maggiori informazioni in merito:
Alcuni kiarimenti circa l’Isola delle Rose

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